La riforma introdotta dal Decreto legislativo n. 62/2024 rappresenta un passaggio significativo nel modo di concepire i sostegni alla persona con disabilità. Il cambiamento non riguarda solo strumenti e procedure, ma soprattutto l’impostazione culturale. L’obiettivo è calibrare i sostegni lungo un percorso esistenziale, superando una logica meramente riparativa o emergenziale, centrata esclusivamente sul bisogno.
Dalla risposta al bisogno al progetto di vita.
L’articolo 26 del Decreto 62/2024 pone al centro il progetto di vita, richiedendo una forte focalizzazione sugli obiettivi individuali della persona. È essenziale evitare conflitti tra obiettivi diversi e valorizzare in modo coerente le risorse disponibili, anche attraverso processi di riconversione e rimodulazione.
La modularità degli interventi diventa un principio chiave: i sostegni devono essere adattati alle esigenze della persona, compatibilmente con i vincoli di provenienza delle risorse. Tuttavia, questa flessibilità non può tradursi in una riallocazione arbitraria dei capitoli di spesa (ad esempio, spostare risorse da ambiti riabilitativi ad altri), ma deve avvenire nel rispetto delle cornici normative e programmatorie.
Il percorso va costruito in uno spirito collaborativo, coinvolgendo attivamente associazioni e famiglie, riconoscendone il ruolo fondamentale nella definizione e nell’accompagnamento dei progetti.
Il budget di progetto: un paniere di risorse
Il budget di progetto non può essere inteso come una semplice somma di assegni o contributi economici. Si configura piuttosto come un paniere integrato di risorse, che comprende non solo gli interventi specificamente rivolti alla disabilità, ma anche altri sostegni disponibili nel sistema di welfare, inclusi quelli legati alla fiscalità.
Nel processo di costruzione del progetto possono emergere sovrapposizioni tra interventi: è proprio in questa fase che avviene l’ottimizzazione delle risorse, rendendo il budget potenzialmente “generativo”. Capace cioè di attivare ulteriori opportunità.
Il procedimento ha senso solo se si conclude con un provvedimento formale: il progetto di vita deve indicare chiaramente le risorse che ne garantiscono la fattibilità. Non può essere un’impostazione corretta quella che presuppone l’apporto economico delle famiglie come condizione necessaria per rendere possibile il progetto. Il contributo familiare può avvenire esclusivamente su base volontaria, come accade in quei casi in cui alcune famiglie avviano autonomamente percorsi e mettono a disposizione risorse già destinate; ma non può mai diventare un prerequisito.
Modalità di utilizzo delle risorse e autogestione
L’articolo 7 del Decreto 17/2025, disciplina le modalità di utilizzo delle risorse, introducendo la possibilità di autogestione. Tale opzione non è automatica, ma viene concertata e valutata insieme al beneficiario. L’autogestione prevede l’acquisto di beni e servizi con obblighi di rendicontazione e l’individuazione di un referente responsabile.
Fondamentale è il sostegno istruttorio: prima di arrivare a un’eventuale revoca dell’autogestione, devono essere esplorate soluzioni di supporto e rimodulazione, accompagnando la persona piuttosto che sanzionarla.
Accomodamento ragionevole e partecipazione
L’accomodamento ragionevole assume una prospettiva che va oltre la dimensione amministrativo-contabile. La proposta può provenire anche direttamente dalla persona interessata, che partecipa in ogni caso al procedimento decisionale. Questo rafforza il principio di autodeterminazione e rende l’intervento realmente personalizzato.
Standardizzazione e flessibilità
La riforma richiede un delicato equilibrio tra standardizzazione dei procedimenti e flessibilità nell’implementazione degli interventi. Procedure chiare e uniformi devono convivere con la capacità di adattare le risposte alle situazioni concrete, evitando rigidità che svuoterebbero di senso il progetto di vita.
Conclusioni
In questo quadro assumono particolare rilievo i principi di coprogettazione e coprogrammazione previsti dalle leggi sul Terzo settore. È necessario adottare un atteggiamento autenticamente collaborativo. Che favorisca il coinvolgimento degli enti non solo come esecutori di una commessa pubblica, ma come partner nella ricognizione delle capacità e delle risorse presenti nei territori. Come ha sottolineato Paolo Bandiera, la sfida è proprio questa. Costruire sistemi capaci di riconoscere e valorizzare le risorse delle persone, delle famiglie e delle comunità, rendendo il progetto di vita uno strumento concreto di inclusione e cittadinanza.
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